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Cuore_come un tamburo nella notte

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(Da Edmondo De Amicis ad oggi)

un lavoro di reggimento carri
con
Michele Altamura, Roberto Corradino, Riccardo Lanzarone, Filippo Paolasini, Gabriele Paolocà in voce Roberta Mele
ideazione e regia
Roberto Corradino
drammaturgia e scrittura fisica
Roberto Corradino, Antonio Carallo
assistente alla regia
Paola Tripoli
light design
Vincent Longuemare
sound design e video
Dario Tatoli
costumi
Fiamma Benvignati
oggetti di scena
Giampietro Preziosa
responsabile tecnico
Valentino Ligorio
organizzazione
Antonella Dipierro
produzione
reggimento carri

con il sostegno di ResExtensa DanzaTeatroDanza e
Adesivo
Regione Puglia/Assessorato al Mediterraneo Cultura e Turismo,
Teatro Pubblico Pugliese nell'ambito dell'intervento per lo sviluppo delle ATTIVITÁ DI TEATRO E DANZA IN PUGLIA
"Giovani formazioni teatrali" , FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) Asse IV azione 4.3.2.



Cuore, Italia - 1888/2010
"Questo libro è particolarmente dedicato ai ragazzi. Leggete questo libro, ragazzi: io spero che ne sarete contenti e che vi farà del bene. » (Edmondo De Amicis).  "Cuore", è un romanzo per ragazzi scritto da Edmondo de Amicis. Definito "l'Italia bambina che piange" dalla sua uscita nel 1888 ha avuto grande diffusione. Utilizzato come "romanzo di formazione" per tutte le generazioni di italiani e tradotto in decine di lingue. Un classico della letteratura italiana post unitaria. E' una storia ambientata nel periodo successivo all'Unità d'Italia (1861) che descrive e racconta in forma di diario di un anno di scuola, quello che accade ad Enrico Bottini, un ragazzo che frequenta la classe quinta elementare, la sua educazione civile, fra letture edificanti di eroici protagonisti (i Racconti del mese), storie di ordinaria miseria e bontà, e le lettere "correzionali" di padre, madre  e sorella componendo uno spaccato di storia italiana.

Note di Regia
"Like a drum in the night", così potrebbe recitare il ritornello di questo "Cuore", una canzone che nasce giovane, sui banchi di scuola, di una scuola come tante altre, e sopravvive vecchia, nella durata classica di una canzone.
Cominciamo con questo nuovo lavoro, a ragionare di NOI, a parlare balbettando un NOI che è di là da venire. Non un IO dico, quanto piuttosto un tentativo di dire NOI SIAMO. Questo "cuore" sarà particolarmente dedicato a noi, al nostro tempo, alla nostra vita, ai luoghi dove viviamo e respiriamo ogni giorno, alla nostra persona, alle persone che incontriamo ogni giorno, alla nostra famiglia, al nostro modo di stare insieme, ragazzi. Cittadini, persone, famiglie, scuola, lavoro, disagio ... sembrerebbe un documentario o un telegiornale. Appunto o più o meno.
Un lavoro su un classico della nostra letteratura, per raccontare attraverso voci diverse l'infanzia del nostro paese, la sua adolescenza di ieri e di oggi, per cercare di descrivere oggi la sua maturità zoppa, per capire perché oggi l'Italia è un paese per vecchi.
Cuore è una tragedia mancata, quell'Orestea impossibile che cercavo di pensare a partire dal quotidiano. Ma che tragedia pensare in un tempo senza padri, in cui i figli e i padri si confondono? In cui il bamboccione - dai 12 ai 55 anni - è quell'unica figura che regna sovrana nel nostro tempo?
Cuore  è uno spettacolo sulla paternità mancata, su quell'impossibilità dell'epica, tutta italica, e su quel risolversi sempre della retorica paternalistica in burletta o in commedia (all'italiana), su quell'essere dell'italiano sempre italiano medio, sulla triade" nazional-popolare di Dio/Patria/Famiglia.
Se oggi Oreste c'è io proprio non riesco a trovarlo se non in tanta rabbia accumulata e irrisolta, sparsa nel mondo in cu vivo, non riesco a dargli nome e cognome, ma piuttosto Oreste, come Antigone, è una condizione, appunto il protagonista mancato di una tragedia mancata. Se oggi uno studente di ventidue anni può dire del Presidente della Repubblica Italiana "Lui solo ci capisce" se tra i figli e i padri il legame è il nonno, bè vuol dire che qualcosa si è rotto.


Appunti di viaggio. Faccio il punto...
C'è una ferita che di notte, quando sei in viaggio, in direzione Roma, su di un bus che attraversa quattro cinque regioni d'Italia, questa ferita silenziosamente ma in modo fitto e sordo si fa sentire, e sbadigliando o ridendo, ti domandi: dove sono? come sto oggi, come mi sento oggi? Sei in una stazione di servizio, in autostrada, di notte, tra le tre e le quattro di notte, assonnato, in quella sosta felpata in autogrill, scendendo giusto "perfare acqua" con altre sessanta persone sconosciute con cui per poche ore condividi l'aria da respirare, il sonno, quel silenzio caldo e sospeso, e il viaggio che ti culla e che ti riporta a casa o lontano da casa - ecco, in una stazione di servizio qualsiasi, diversa e uguale a tutte le centinaia di stazioni di servizio sparse per lo stivale - in quel silenzio, tra le luci umide delle pompe di benzina deserte e l'autogrill vuoto e illuminato a giorno, entrando in quell'autogrill per il cappuccino o il caffè o l'acqua, in quel buio in cui vedi solo ombre, nella notte illuminata solo da luci lontane, incroci lo sguardo assonnato di un'anziana, o di una ragazzino più giovane o di una donna, con un bimbo addormentato in braccio, o un uomo e chiedi a quegli occhi appannati come i tuoi : dove siamo?

Non siamo a scuola, non c'è più scuola.
Non siamo a casa, non c'è più casa.
Siamo in viaggio.
Non abbiamo più dieci anni, no Abbiamo 150 anni - almeno.
Siamo troppo vecchi - e ancora troppo giovani.
Dove andiamo?


 
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